martedì 18 maggio 2010

Quel freddissimo inverno


Sono da poco ritornato da un incontro con la scrittice Ida Boni. Alla Galleria d'arte Daniela Rallo a Cremona, Ida Boni ha presentato il suo ultimo libro, "Quel freddissimo inverno". Una grande casa sul Lago di Ledro dove si accumulano ricordi ed emozioni legati alla seconda guerra mondiale. La casa è la vera protagonista della storia, una casa contenitore di ansie, al centro di passioni, contestazioni, ripetuti litigi e dolorose separazioni. Il ricordo che riaffiora non è legato a grandi eventi, ma a piccoli gesti, episodi insignificanti come un tuffo nel lago di Ledro. Il libro termina così:

"...La precaria zolla di terra dove sembrava essere approdata. Chi ti ha portato in quest'isola circondata sui due lati dalla corrente? In questo modo suonavano le parole scritte su un papiro che era appartenuto al Medio Regno. Una zolla di terra con i lembi che tendevano a sgretolarsi precipitando nell'acqua, sempre più erodendo quel precario appoggio. L'unico elemento di certezza, tra tante ricorrenti incertezze, rimaneva allora il ricordo di quel lungo freddissimo e lontano inverno, di quell'estate breve e in se stessa fugace e di quel commiato, dal lago, dalla valle - come in un rito di passaggio - da quei mesi per lei decisivi in cui aveva in fine preso coscienza di sè e del proprio corpo, forse anche del fatto che non può esserci effettiva crescita senza distacchi e dolore. Il ricordo di sè e di quanto l'aveva circondata: la sinfonia dei verdi e dei blu, l'incommensurabile profondità del cielo, il moto regolare delle costellazioni, di tutto quel mondo ordinato e bello che coincideva con il cosmos, secondo la dizione dei Greci, del quale aveva acutamente avvertito la realtà come mai più le sarebbe accaduto. Erano usciti, lei e Cino, dal portone sin da allora un pò sbrecciato e si erano avviati verso il lago in quel mattino che ricordava luminoso, uno dei tanti mattini capaci ogni volta di ripetere il miracolo della creazione. Avevano svoltato a sinistra, imboccato la strada che conduceva a quella parte di lago priva di case e, allora, anche delle troppe villette che sarebbero seguite. Il primo a tuffarsi era stato Cino. Era rimasta da sola, immersa nella luce, avvolta dalle prime folate fresche dell'Ora che provenendo dalla spaccatura della strada del Ponale tendeva a rompere lo specchio continuo delle acque, rendendole mobili e scintillanti. Seppure con maggiore riluttanza anche lei aveva finito con l'immergersi in quella rutilante meraviglia - gemme, pietre preziose profuse senza risparmio da quella luce azzurrata - ed era stato come venire avviluppata da un universo intriso di silenzio, lei stessa divenuta parte integrante di un mondo, almeno per un istante, perfetto. Si era rovesciata sul dorso, il viso rivolto verso la carezza ancora intensa del sole, un istante unico e che non era stata in grado di capire che sarebbe stato, in sè, non più ripetibile. Lentamente, per allontanarsi dalla riva, aveva mosso le braccia all'indietro e, ogni volta che alzava un braccio verso l'alto, miriadi di gocce lucenti, tanti piccoli diamanti, scorrevano sulla pelle mutata dalla vampa dell'estate. Un momento isolato, sottratto alla catena di cause ed effetti quella stessa che costituisce la trama di ogni destino e che si era rifiutato di finire e, in un certo senso, mai era finito: travalicando i decenni, proiettandosi sino a raggiungere l'oggi. Senza sapere che il resto, tutto il resto, non avrebbe potuto essere in se stesso che ininfluenete; una corsa breve, stranamente raccorciata e priva di veri appigli, sino a raggiungere quel suo troppo incerto presente."

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